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###Ruby ter, assolti Berlusconi e tutti gli altri imputati

Il Tribunale: “Il fatto non sussiste”. Pm: ‘Questione giuridica’

Milano, 15 feb. (askanews) – Tre anni di indagini e sei anni di processo ‘spazzati via’ in poco più di 120 secondi: tanto è durata la lettura della sentenza che ha portato all’assoluzione di Silvio Berlusconi, di Karima El Mahorug – la giovane marocchina conosciuta con il soprannome di “Ruby” – e degli altri 28 imputati nel processo noto come Ruby-ter: una ventina delle cosiddette “olgettine” e alcuni esponenti del “cerchio magico” di Berlusconi, come l’ex senatrice Maria Rosaria Rossi e il presidente di Medusa Film Carlo Rossella. Tutti accusati di essere stati corrotti dall’ex premier con 10 milioni di euro (di cui 5 andati alla sola Ruby) per testimoniare il falso nelle aule dei processi sulle serate di Arcore e in particolare in quello noto come “Ruby 1” che si concluse in Cassazione con l’assoluzione definitiva di Berlusconi dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. Testimonianze “comprate” e perciò “addomesticate”, stando all’accusa formulata dai pm milanesi, per spingere gli ospiti della serate di Arcore a non rivelare in Tribunale i retroscena piccanti del “bunga bunga” e assicurare che si trattava di “cene eleganti”. Ma l’impianto accusatorio della procura (che aveva chiesto condanne pari a 6 anni per Berlusconi e a 5 per Karima) non hanno retto al giudizio del Tribunale che ha pronunciato una sentenza di assoluzione “perchè il fatto non sussiste”.

“Tre su tre”, è stato il primo commento dell’avvocato Federico Cecconi, difensore di Silvio Berlusconi, ricordando che dal Tribunale di Milano è arrivata la terza sentenza di assoluzione per l’ex premier dopo quelle già incassate negli stralci processuali celebrati a Siena e Roma. “Tre Tribunali diversi sono arrivati alla stessa conclusione: il fatto non sussiste. È un’assoluzione con la formula più ampia e piena possibile”, ha evidenziato il legale definendosi “enormemente soddisfatto” per una sentenza in un certo senso annunciata: fu lo stesso Cecconi, nel novembre 2021, a chiedere e ottenere dai giudici la “non utilizzabilità” delle dichiarazioni (ritenute “false” dalla pubblica accusa) rese da 18 olgettine che testimoniarono nelle aule dei processi sul sex gate di Arcore.

Il motivo è tutto giuridico. A chiarirlo è lo stesso presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, che poco dopo la lettura della sentenza ha diramato una nota per spiegare che le testimonianze dichiarate “non utilizzabili” risalgono al 2012: vale a dire in momento in cui erano già emersi “indizi non equivoci” a carico delle ospiti di Arcore che proprio per questo “non potevano legittimamente rivestire l’ufficio pubblico di testimone”. Furono invece ascoltate come testimoni quando già erano “sostanzialmente indagate di reato connesso”. Ed è proprio questo aspetto giuridico, chiarisce la presidenza del Tribunale in punta di diritto, a rendere “non configurabile” non solo “il delitto di falsa testimonianza ma neppure il reato di corruzione in atti giudiziari, mancando la qualità di pubblico ufficiale (vale a dire il testimone) in capo al ‘corrotto'”. Il principio è questo: “Se il soggetto che si assume come corrotto non può qualificarsi come pubblico ufficiale e dunque manca un elemento costitutivo del delitto corruttivo, giuridicamente quest’ultimo non può sussistere nemmeno nei confronti del l’ipotizzato corruttore, nel caso di specie Berlusconi. Infatti, la corruzione in atti giudiziari presuppone necessariamente un accordo tra il pubblico ufficiale corrotto e il corruttore”. Di “questione giuridica” ha parlato anche il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano: “Dei testimoni, anche pubblici ufficiali, hanno ricevuto pagamenti per testimoniare il falso e questo ruolo non gli è stato riconosciuto. Fa parte del nostro sistema giudiziario”. Per avere un quadro più chiaro, bisognerà aspettare il deposito delle motivazioni della sentenza, atteso entro 90 giorni.

In aula, al momento della lettura della sentenza, c’era anche Karima El Marhoug, protagonista di una saga giudiziaria travolse l’allora presidente del consiglio in carica, con lo scandalo del “bunga bunga” e della “nipote di Moubarak” finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. “Sono veramente felice, ho fatto bene a credere nella giustizia: ho aspettato tutti questi anni e finalmente è una sensazione di libertà”, ha commentato Ruby dopo aver stretto la mano ai pm e donato al procuratore aggiunto Tiziana Siciliano una copia del libro “Karima” dedicato alla storia della sua vita. “Sono stati anni difficili, dove ho perso la mia identità. Ruby è un’invenzione, mi chiamo Karima”, ha sottolineato. La showgirl dominicana MarySthell Polanco, una delle “olgettine” ospitata alle serate di Arcore, si è invece presentata in aula a inizio udienza: “Questi anni sono stati un inferno ma ho sensazioni positive, penso andrà bene”. Parole in un certo senso profetiche, alla luce di quanto sarebbe accaduto due ore dopo.

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