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Recupero uso braccio dopo ictus, l’esperto: bene studio ma non risolutivo

Rossini (IRCCS San Raffaele) commenta ricerca Usa pubblicata su Nature

Roma, 21 feb. (askanews) – “Lo studio sperimentale condotto dall’Università di Pittsburgh, dalla Carnegie Mellon University e da UPMC (University Pittsburgh Medical Center) e pubblicato su Nature Medicine che indica la possibilità di migliorare in modo significativo il movimento e il controllo (oltre che la forza) del braccio e della mano laddove un precedente ictus abbia prodotto una paralisi parziale (paresi), è di grandissimo interesse scientifico e porta con sé notevolissime implicazioni applicative”, però “non può considerarsi la soluzione definitiva al problema”. Lo spiega Paolo Maria Rossini Paolo Maria Rossini, Responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma. In Italia il numero di persone che soffre di un ictus ogni anno sfiora le circa 200.000 unità, di queste oltre la metà soffrirà per il resto della vita dei reliquati neurologici (per lo più emiparesi e disturbi del linguaggio) che permangono dopo l’evento acuto. Questo numero va ovviamente a sommarsi anno dopo anno a quelli degli anni precedenti con un notevolissimo costo per il SSN e i servizi sociali oltre che a un pesante aggravio famigliare e personale in tutte le sfere del vivere quotidiano, incluse quelle professionali, affettive e di relazioni sociali. “Motivi per cui”, spiega Rossini, “il tema proposto da questo studio è di grandissimo impatto e interesse generale. La proposta degli autori americani (coordinati però da un ricercatore italiano da anni trasferitosi nella sede di Pittsburgh, il Prof. Capogrosso) è stata quella di inserire chirurgicamente una piastrina contenente una serie di ‘contatti’ (punti da cui si può far passare la corrente elettrica) direttamente addossata al midollo cervicale e alle relative radici spinali (in particolare quelle posteriori che convogliano impulsi sensoriali sulle cellule di origine delle fibre nervose che propagano impulsi/comandi ai muscoli del braccio e della mano attraverso i nervi periferici che dal midollo e dal plesso brachiale si propagano a tutto l’arto superiore). La tipologia di pazienti che è stata selezionata appartiene a quel gruppo di soggetti che pur avendo sofferto di un ictus riescono ancora a produrre un minimo controllo volontario dei muscoli parzialmente paralizzati. Questo minimo controllo può avvenire grazie al fatto che del contingente di fibre nervose, proveniente dai centri del cervello che programmano il movimento, scende lungo il midollo cervicale e va a innervare le cellule di origine delle fibre motorie sopra citate. Ricordo che nel soggetto sano, esiste un robusto fascio di fibre (circa 1 milione) denominato via piramidale o cortico-spinale, che convoglia i comandi motori alle ‘centraline’ del midollo (cervicale, dorsale e lombo-sacrale) per il controllo di tutta la muscolatura non solo degli arti, ma anche del respiro, dei visceri e dell’apparato genito-urinario. Ammettiamo quindi che solo il 10-20% di fibre del fascio piramidale siano sopravvissute all’insulto vascolare dell’ictus. In questo caso l’impulso/comando motorio prodotto dal cervello viene propagato lungo il contingente di fibre della via piramidale che è sopravvissuto all’ictus, ma l’intensità di tale impulso/comando è talmente debole da non riuscire ad attivare un numero sufficiente di cellule nel midollo cervicale e quindi, in ultima analisi, non è sufficiente a produrre il movimento richiesto e programmato dal comando motorio. Le piastrine inserite addosso al midollo cervicale (a loro volta collegate a uno stimolatore che produce impulsi elettrici con caratteristiche programmabili) sarebbero in grado di aumentare la eccitabilità/recettività delle cellule midollari motorie che quindi sarebbero pronte a rispondere anche a un impulso/comando molto debole, producendo un movimento e una forza utili a raggiungere la finalità dell’atto motorio voluto dal paziente (es. tenere una penna per scrivere, afferrare un bicchiere o una posata e sollevare braccio e mano per portarli alla bocca)”. Lo studio, “di grandissimo interesse scientifico che porta con sé notevolissime implicazioni applicative non può però per i motivi sopra descritti considerarsi la soluzione definitiva al problema secondo il neurologo perché “si basa su di un approccio invasivo (con una chirurgia di primo livello) con una metodica generale dai costi molto elevati; difficile, quindi, pensare a una sua diffusione generalizzata in particolare per soggetti (quelli colpiti da ictus sono per lo più anziani e affetti da pluripatologia) particolarmente fragili. Tuttavia, i risultati di questo tipo di approccio fanno ben sperare su quanto si potrà ottenere da analoghe ipotesi di lavoro che utilizzano (anche nel nostro Istituto di Ricerca sono in corso studi di questo tipo) stimoli elettrici a bassa intensità veicolati tramite elettrodi di superficie applicati sul collo a livello della colonna cervicale. Il tempo ci dirà se questo tipo di approccio si potrà aggiungere con efficacia all’armamentario riabilitativo e di supporto per la migliore cura dei pazienti colpiti da ictus”.

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