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Pd, Schlein e Bonaccini al lavoro per blindare gestione unitaria

Il nodo dei capigruppo, Base riformista insiste: vanno condivisi

Roma, 14 mar. (askanews) – Dovranno lavorare ancora Elly Schlein e Stefano Bonaccini per dare forma a quella gestione unitaria annunciata domenica scorsa all’assemblea Pd. L’asse tra la segretaria e il presidente del partito tiene, ma deve fare i conti con le resistenze all’interno delle rispettive aree e per comporre il nuovo organigramma Pd ci vorrà ancora qualche giorno. Il leader della minoranza deve persuadere tutti i suoi – a cominciare da quelli di Base riformista – ad accettare la logica della gestione unitaria, ma anche la segretaria ha il suo da fare perché molti dei suoi sostenitori, dopo che Bonaccini ha preferito la presidenza al ruolo da vice-segretario, pensano che alla minoranza si debba concedere solo qualche posto in segreteria, ma non un capogruppo e nemmeno il posto da vice.

La verità è che gli stessi schieramenti sono molto articolati al loro interno, le posizioni sono variegate e sia Schlein che Bonaccini hanno bisogno di un po di tempo per arrivare ad una sintesi. L’idea che entrambi i capigruppo tocchino alla maggioranza, dal momento che il presidente dell’Emilia Romagna ha preferito il ruolo “di garanzia”, trova la resistenza di Base riformista: “Se deve essere gestione unitaria perché dovrebbero negarci un capogruppo?”, è il ragionamento.

Ma la verità è che Base riformista preferirebbe proprio evitarla la gestione unitaria, “si può essere leali e collaborare anche nella distinzione dei ruoli”, dice un dirigente. E, in ogni caso, “bisogna capire lo schema complessivo, aspettiamo che la segretaria metta sul tavolo delle proposte concrete: un conto è se vengono proposte deleghe importanti, altra cosa è se si limitassero ad offrirci qualche incarico tanto per dire che allargano la segreteria anche a noi”. Soprattutto, più di un dirigente della minoranza nega che l’accordo sulla presidenza preveda appunto che i capigruppo siano appannaggio solo della maggioranza. “Ma chi l’ha detto? Non è così!”. Certo, tutti ripetono che in ogni caso alla fine “deciderà Stefano”, ma sembra evidente che il presidente Pd dovrà tenere conto degli umori di chi lo ha sostenuto nella corsa delle primarie.

Problemi simili li ha Schlein, appunto. Più di un parlamentare di maggioranza nei giorni scorsi ripeteva “non so niente” quando si chiedeva dello stato delle trattative e spesso non era solo una risposta diplomatica per evitare i cronisti. Di sicuro, in tanti le ripetono che il gruppo del Senato non può assolutamente andare alla minoranza, che vorrebbe metterci Alessandro Alfieri: “Ricordiamo tutti cosa accadde con Andrea Marcucci”, dice più di un parlamentare. “Faceva il contraltare alla linea di Zingaretti segretario”. Più logico dunque che sia Francesco Boccia a prendere il testimone da Simona Malpezzi.

Alla Camera si sente molto pronunciare il nome di Giuseppe Provenzano, ma parecchi hanno dubbi su una svolta tutta al maschile per la guida dei gruppi. A meno che al Senato non si opti per Cecilia D’Elia, più probabile il nome di una donna come Chiara Braga. Ma, appunto, la minoranza non molla: “I capigruppo si votano – viene ricordato con malizia – non basta calare un nome dall’alto, ci deve essere condivisione”. E considerando che al Senato la pattuglia di Base riformista è più folta, per arrivare ad un accordo blindato potrebbe diventare necessario alla fine concedere alla minoranza la conferma di Debora Serracchiani o l’elezione di Simona Bonafè.

Il tutto, poi, da combinare con la segreteria. Marco Furfaro potrebbe essere uno dei vice, mentre per la minoranza potrebbe toccare a Pina Picierno. Praticamente certo l’ingresso di un esponente di Articolo 1 – si parla di Alfredo D’Attorre o Nico Stumpo – e un posto dovrebbero averlo Marco Sarracino e Marta Bonafoni. La minoranza, poi, potrebbe entrare anche con Davide Baruffi – vicinissimo a Bonaccini – e la stessa Serracchiani, in caso di avvicendamento alla guida del gruppo.

Ma, appunto, “il problema è capire lo schema politico”, come dice un parlamentare della minoranza. “Un conto è la presidenza, un’altra cosa è la gestione unitaria”. Schlein e Bonaccini preferiscono la seconda opzione, come è evidente, il loro accordo prevede questo approdo. Ma per arrivarci servirà ancora un paziente lavoro di cesello e di diplomazia.

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