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Giappone, ottiene nuovo processo dopo 45 anni nel braccio della morte

La storia del pugile Iwao Hakamada, l'”Hurricane” giapponese

Roma, 13 mar. (askanews) – Cosa vuol dire passare quasi 45 anni nel braccio della morte, in attesa ogni giorno di essere portati alla forca, e poi vedere riaprirsi, ormai da vecchi e malati, le porte della speranza con una ripetizione del processo? E’ quello che sta vivendo l’ex pugile professionista Iwao Hakamada, 87 anni: l’Alta Corte di Tokyo – secondo quanto riferiscono oggi i media nipponici – ha stabilito che il caso di questo uomo deve essere riesaminato da un tribunale.

E’ una vittoria per coloro che hanno condotto una campagna per Hakamada, ma una cocente sconfitta per la giustizia in generale e una nuova messa in discussione del sistema nipponico che prevede ancora la pena capitale: il Giappone è rimasto, con gli Stati uniti, l’unico paese del G7 che ancora la mantiene nel proprio ordinamento

Hakamada era stato incriminato nel 1966 per la strage perpetrata su una famiglia di quattro persone. Dapprima aveva confessato, ma poi aveva ritrattatto dichiarandosi innocente. La sua condanna a morte, infine, era stata emessa nel 1980. Da allora era entrato nel braccio della morte fino al 2014, quando una serie di nuove prove avevano portato un tribunale a chiedere un nuovo processo e a decidere una sua liberazione condizionale per motivi umanitari.

La pubblica accusa ha ancora cinque giorni per ricorrere alla Corte suprema, ma le prove portate dalla difesa e accettate ormai da due tribunali rendono improbabile che l’acquisizione di un processo possa essere messa in discussione.

Con quasi 45 anni di permanenza si ritiene che Hakamada sia stato l’uomo che per più tempo è stato ospitato nel braccio speciale in cui i condannati attendono l’esecuzione.

Nel sistema giapponese non viene fissata una data specifica per l’esecuzione dei condannati, i quali vengono a sapere al mattino dell’esecuzione che quel giorno saranno impiccati. Le organizzazioni contro la pena di morte considerano questa pratica una lunga e sistematica tortura. I familiari e l’opinione pubblica generale vengono avvertiti solo a cose fatte.

Nell’apprendere la decisione rarissima di svolgere un nuovo processo, i legali di Hakamada hanno espresso tutta la loro felicità esponendo striscioni fuori dal tribunale. Ne è seguito un fragoroso applauso.

La sorella maggiore di Hakamada, Hideko, è uscita dal tribunale sorridente e, secondo la tv pubblica NHK, ha detto: “Sono davvero felice che il nuovo processo sia stato concesso. Dopo aver combattuto per 56 anni, non vedevo l’ora che arrivasse questo giorno. Mi sento come se un peso fosse stato tolto dalle mie spalle”, ha detto.

L’avvocato Hideyo Ogawa, membro del team di difesa, ha detto in lacrime: “Penso che sia stata una decisione naturale, ma sono davvero felice. Chiederò al pubblico ministero di non presentare un ricorso speciale”.

In tv si sono viste anche Hideko e Ogawa che si sono abbracciate, mentre i sostenitori applaudivano a lungo. Successivamente, una ventina di sostenitori di Hakamada – alcuni dei quali appartenente al mondo della boxe che si è schierata a favore dell’ex pugile – si sono riuniti davanti all’Ufficio del Pubblico Ministero di Tokyo e hanno lanciato slogan per chiedere che non faccia ricorso.

Tuttavia, l’orientamento da parte dell’accusa sembra invece proprio quello di insistere. Il sostituto procuratore capo Hiroshi Yamamoto ha commentato: “È deplorevole che la richiesta del pubblico ministero non sia stata accettata. Esamineremo attentamente i dettagli della decisione e prenderemo azione appropriata”.

Iwao Hakamada non si è recato in tribunale. L’anziano ha invece visitato il tempio Gansuji della città di Hamamatsu, dove è cresciuto. Ha acceso l’incenso e ha unito le mani nella preghiera davanti a una grande statua di Buddha.

I gruppi contro la pena di morte hanno accolto con ottimismo la decisione di oggi. “Questa sentenza fornisce a Iwao Hakamada una chance di ottenere giustizia, dopo che ha passato mezzo secolo sotto la spada di Damocle di una sentenza di morte, nonostante l’evidente ingiustizia del processo in cui era stato condannato”, ha commentato Hideaki Nakagawa, direttore di Amnesty International Japan.

Hakamada lavorava in una bottega che produceva salsa di soia, miso, a Shizuoka quando fu arrestato nel 1966 con l’accusa di furto e strage. Il direttore della fabbrichetta, la moglie e i due figli di questi erano stati trovati morti nella loro casa incendiata. A “incastrare” l’ex pugile erano state delle macchie di sangue su alcuni abiti, secondo l’accusa. Ma questa prova è stata messa negli anni ridimensionata stto l’incalzare della difesa. Inoltre una confessione di Hakamada, avvenuta in una prima fase, era stata ritrattata dall’uomo, il quale aveva accusato la polizia di aver interrogato per 20 giorni, minacciandolo e picchiandolo.

Nel 2014 la Corte distrettuale di Shizuoka ha preso atto che il test del DNA non stabiliva che le famose macchie di sangue erano di Hakamada. Saltava così la prova principe. Ma questo non era bastato alla procura, che aveva presentato ricorso all’Alta Corte di Tokyo, la quale aveva dato ragione all’accusa nel 2018. Dové intervenire la Corte suprema per cancellare questa sentenza e imporre una nuova decisione all’Alta Corte di Tokyo, che oggi ha deciso per un nuovo processo. Sempre che la pubblica accusa non insista ancora.

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