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L’unica tattica possibile dell’Iran ora è trasformarsi in un Vietnam

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ROMA – Per Teheran la priorità non è vincere. È sopravvivere. Il catenaccio. Anzi: trasformarmi in un Vietnam. Davanti alla superiorità militare di Stati Uniti e Israele, la Repubblica islamica ha scelto una strategia che punta a rendere la guerra più costosa possibile per Donald Trump: più vittime americane, energia più cara, inflazione globale. L’obiettivo è spingere la Casa Bianca a dichiarare missione compiuta e ritirarsi. Lo dicono gli analisti interrogati dal New York Times.

Secondo diplomatici e analisti, l’Iran sta cercando di allargare il conflitto oltre i propri confini. Colpire infrastrutture energetiche nei Paesi vicini, mettere in crisi il traffico nello Stretto di Hormuz, limitare i voli e logorare le difese antimissile avversarie. Una strategia di “resistenza asimmetrica”: incassare i primi colpi, preservare capacità di risposta e puntare sull’usura.

“La guerra è diventata una prova di volontà e resistenza”, dice Vali Nasr della Johns Hopkins School of Advanced International Studies. “L’Iran si trova ad affrontare eserciti qualitativamente superiori, quindi la strategia è quella di mettere alla prova la loro volontà espandendo il campo di battaglia, complicando la guerra e aumentando il pericolo per l’economia mondiale”.

Ali Vaez, dell’International Crisis Group, la sintetizza così: “Gli iraniani vogliono diffondere il dolore il più possibile, indipendentemente dal costo per loro stessi e dai rapporti bruciati con i loro vicini, sperando di creare abbastanza opposizione alla guerra da costringere il presidente Trump a fare marcia indietro”. E aggiunge: “Per la Repubblica islamica, la sopravvivenza è una vittoria, anche se di Pirro”.

Ali Larijani, segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano, ha scritto che l’Iran, “a differenza degli Stati Uniti, si è preparato per una lunga guerra”, parlando di una graduale espansione del campo di battaglia.

Franz-Stefan Gady descrive il conflitto come “una corsa a favore e contro il tempo”. Israele e Stati Uniti cercano di distruggere rapidamente missili e lanciatori iraniani, prima che la carenza di intercettori renda più difficile fermare gli attacchi. Anche Israele, durante la precedente guerra di 12 giorni, aveva dovuto razionare i sistemi difensivi, lasciando cadere alcuni missili non diretti verso obiettivi strategici.

Secondo diversi analisti, Washington starebbe anche sondando le minoranze iraniane – curdi e baluci – nella speranza di alimentare tensioni interne. Ma finora Teheran non è riuscita a spaccare il fronte dei Paesi del Golfo.

Le nazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, hanno ribadito “la loro posizione unitaria nell’affrontare questi attacchi, sottolineando che la sicurezza degli stati membri del CCG è indivisibile” e si sono riservate il diritto di rispondere per autodifesa. Pur chiedendo la fine delle ostilità, non hanno criticato apertamente l’azione militare americana e israeliana e potrebbero concedere maggiori diritti di sorvolo alle forze statunitensi.

Trump continua a evocare la possibilità di un accordo. Ha citato il precedente venezuelano, sostenendo che “Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto, perfetto”, lasciando intendere che si potrebbe colpire il vertice e mantenere in piedi l’architettura statale.

Un’ipotesi che si intreccia con un altro scenario: la sostituzione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra, con una leadership meno ideologica e più incline a negoziare sul nucleare.

“Trump ha già eliminato Khamenei, cosa che nessun altro presidente ha osato fare”, ha osservato Ellie Geranmayeh del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere. “Ha una via d’uscita se vuole, anche se Israele intravede una finestra temporale decisiva per eliminare questo regime”.

Matthew Kroenig, dell’Atlantic Council, ritiene che il presidente americano sia “scettico nei confronti di campagne militari lunghe e prolungate” e possa ritenersi soddisfatto dei risultati già ottenuti. “Hanno già raggiunto molti dei loro obiettivi”, ha detto. “Quindi penso che potrebbero tornare a casa quasi in qualsiasi momento e dichiarare che è stato un successo”.
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