ROMA – C’è un monito preciso che l’intelligenza artificiale ha già impartito al nostro tempo: la tecnologia, priva di una radice profondamente umanistica,rischia di produrre solitudine anziché sviluppo. La vera scommessa della transizione digitale non si gioca infatti sulla potenza dei dispositivi o sulla capillarità della rete, masulla capacità di non lasciare indietro nessuno. Di questo delicato equilibrio tra progresso e coesione sociale abbiamo parlato con Martina Lascialfari, Direttrice Generale del Fondo Repubblica Digitale-Impresa Sociale.
Direttrice Lascialfari, partiamo dall’inizio per aiutare chi ci legge a orientarsi. Che cos’è, esattamente, il Fondo Repubblica Digitale e qual è la sua missione originaria?
“Il Fondo è nato nel 2021 da un protocollo d’intesa storico tra il Governo e l’ACRI, l’associazione che raggruppa le fondazioni di origine bancaria. L’obiettivo era ed è tuttora chiarissimo: aggredire il severo gap di competenze digitali che sconta l’Italia. Abbiamo unito il pubblico e il privato sociale per sostenere progetti di formazione e inclusione dedicati alle categorie più fragili, quelle che rischiavano di pagare il prezzo più alto di questa metamorfosi tecnologica. Operiamo dal 2022 attraverso un’impresa sociale: una struttura snella con cui abbiamo già stanziato 170 milioni di euro dei 215 complessivi. Abbiamo finanziato 189 progetti e, con grande orgoglio, posso dire che abbiamo già tagliato in anticipo il traguardo dei 100mila beneficiari”.
Nei vostri documenti programmatici si legge spesso che la transizione digitale non riguarda i computer, ma le persone. Qual è il bilancio, soprattutto in termini di ricadute occupazionali, di questo approccio?
“Per noi il digitale è un fattore abilitante, mai il fine ultimo. Mettiamo al centro la persona offrendo opportunità gratuite, e questa è l’unica vera ricetta per una trasformazione equa. Quando rifletto sulla nostra missione mi torna sempre in mente I Malavoglia di Verga, letto da ragazza. Lì il progresso viene descritto come una fiumana che lascia i ‘vinti’ sulla riva dopo averli travolti. Ecco, il Fondo esiste per evitare questo: vogliamo guidare il progresso perché sia un’opportunità, non una minaccia. Sul fronte del lavoro i frutti si vedono: non facciamo solo formazione tecnica, ma prendiamo in carico la persona a 360 gradi, dalle soft skills al mentoring. Nei primi 73 progetti conclusi, il 90% delle persone ha completato il percorso e ben una su tre ha trovato un nuovo impiego o ha migliorato nettamente la propria posizione.
Muovere risorse così imponenti e garantirne l’efficacia da Nord a Sud non è banale. Come siete riusciti a far atterrare questi investimenti sui territori in modo così capillare?
“La chiave di volta è nella nostra governance. Al ruolo istituzionale del Governo abbiamo affiancato la presenza attiva e la competenza delle fondazioni di origine bancaria. Loro sono state il nostro autentico megafono, agendo come sentinelle capaci di leggere i bisogni profondi delle comunità locali e superando i propri vincoli territoriali per un progetto di respiro nazionale. È un modello di sistema rivoluzionario: abbiamo messo insieme profit, no-profit, università ed enti pubblici. Più di 1.300 organizzazioni coinvolte e oltre 2.000 proposte progettuali ricevute dimostrano che il Paese ha risposto in modo straordinario. Il terzo settore sa come intercettare i Neet, i disoccupati o i detenuti; l’ibridazione delle competenze fa il resto”.
C’è un elemento che vi distingue profundamente dalle tradizionali erogazioni pubbliche: voi non vi limitate a finanziare i corsi, ma ne misurate scientificamente l’impatto nel tempo. Come funziona questo modello?
“La misurazione degli esiti per noi non è un accessorio, è l’architrave del modello. Seguiamo i progetti passo dopo passo per risolvere le criticità insieme alle organizzazioni: il loro successo è il nostro. Poi interviene il nostro comitato scientifico attraverso l’Evaluation Lab, che applica una valutazione d’impatto controfattuale. In parole semplici, ci chiediamo dal punto di vista scientifico: ‘Cosa sarebbe successo a queste persone se non avessimo finanziato questo specifico progetto?’. Questo ci permette di non disperdere le best practices. I dati raccolti sul campo vengono valorizzati attraverso i cosiddetti ‘bandi di scale-up’: stanziamenti più grandi destinati a far crescere i progetti che si sono dimostrati più efficaci. L’obiettivo finale è ambizioso: presentarsi al decisore pubblico con soluzioni collaudate e pronte per essere trasformate in politiche nazionali permanenti. La sperimentazione, insomma, si fa strategia”.
Guardiamo all’orizzonte. Siamo nel 2026: quale futuro si delinea per il Fondo Repubblica Digitale?
“Se guardo indietro, provo una profonda gratitudine per il percorso fatto e per la fiducia che mi è stata accordata, in primis dall’ex direttore Giorgio Righetti, oggi direttore generale di ACRI, che ha creduto in me guidando la mia crescita fino a questo ruolo. Spesso si dimentica che abbiamo dovuto costruire un’impresa sociale da zero, come una startup, mentre la mettevamo in funzione. Oggi coordino un team di 18 persone molto giovane, entusiasta e motivato. Abbiamo costruito in poco tempo una solida credibilità, capace di attrarre oltre 4,5 milioni di euro da investitori internazionali. Il futuro lo vedo roseo perché abbiamo dimostrato che si può gestire la cosa pubblica con la snellezza e la flessibilità del privato, senza mai perdere trasparenza e imparzialità. Entro la fine del 2026 abbiamo ancora oltre 50 milioni di euro da mettere a terra attraverso tre grandi bandi: tra questi il bando Zenit da 6 milioni di euro per la disabilità e i canali di cofinanziamento da 9 milioni. Le sfide non mancano, ma la struttura è pronta”.
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