ROMA – Il campo profughi previsto vicino a Rafah misurerebbe, nella versione finale del piano, una frazione della Striscia che avrebbe dovuto rigenerare per intero. È la sintesi perfetta del Board of Peace di Trump. Ve lo ricordate? Creato tra mille polemiche e sospetti per ricostruire Gaza, si accontenta ora di sistemarne una minuscola porzione. Forse.
A gennaio, a Davos, Jared Kushner presentava la timeline completa: acqua, fognature, elettricità, ospedali, panifici, tutto ripristinato entro cento giorni su tutto il territorio. Cinque mesi dopo, a Cipro, quella promessa si è raggrinzita in un accampamento di prefabbricati per “decine di migliaia” di sfollati (su un totale di due milioni) costruito nella zona cuscinetto lungo la linea del cessate il fuoco. Le immagini satellitari della zona, scrive il Guardian, mostrano solo terra smossa. Nessuna gru, nessuna fondamenta, niente.
Il cuore del progetto pilota è una Forza Internazionale di Stabilizzazione ridotta a circa 5.000 uomini – un quarto della cifra inizialmente ipotizzata – reclutati tra Marocco, Kosovo, e forse Albania e Kazakistan. I primi ufficiali sono arrivati in Israele, dove si sta completando una base logistica al valico di Kerem Shalom. Ma l’addestramento in Egitto della polizia palestinese che dovrebbe presidiare il valico non è partito, e il quadro giuridico per la presenza della ISF è ancora un cantiere negoziale aperto col governo israeliano.
Dei 17 miliardi di dollari originariamente promessi per il piano di pace in 20 punti, quasi nulla si è materializzato. L’UE ha raccolto 883 milioni di euro, destinati però a infrastrutture idriche e rifiuti, non alla ricostruzione vera e propria. Così la Banca del Pakistan guarda agli 11 miliardi di entrate fiscali palestinesi che Israele tiene congelati, un tentativo che ha già scatenato la rabbia dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania.
Definire “cessate il fuoco” quanto accade a Gaza dallo scorso ottobre richiede una certa elasticità semantica. Israele ha ucciso più di 1.100 palestinesi da allora, occupa oggi oltre il 60% del territorio e ha esteso la propria zona cuscinetto ben oltre la linea concordata. In questo contesto, i colloqui del Cairo sul disarmo di Hamas procedono come si negozia quando una delle due parti continua a bombardare durante la trattativa.
Anche tra i palestinesi il progetto non raccoglie consenso unanime. Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (tredici tecnocrati a cui Israele vieta l’ingresso nella Striscia che dovrebbero amministrare, costretti a operare dal Cairo) è spaccato sull’opportunità di aderire, temendo che il pilota di Rafah crei una gerarchia di sfollati: chi riceve priorità, chi resta in coda.
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